Tuesday, July 21, 2026
Insolite città

Molte voci, un solo fronte

C’è un momento, ogni estate, in cui Londra smette di essere la città delle code ordinate e degli ombrelli chiusi con discrezione, e si concede al colore. È accaduto ieri, sabato 4 luglio, quando il Pride in London ha attraversato il cuore della capitale come un fiume in piena: da Hyde Park Corner lungo Piccadilly, poi giù per Haymarket, davanti alla scenografia solenne di Trafalgar Square, fino a Whitehall, dove la parata si è sciolta tra le bandiere e la musica, quasi ai piedi del Big Ben.

I numeri, per chi ama contarli: oltre un milione e mezzo di spettatori attesi lungo il percorso e trentacinquemila marciatori ufficiali in rappresentanza di associazioni, charity e gruppi della comunità LGBTQIA+. Ma i numeri, come sempre, dicono poco. Quello che i numeri non raccontano è il rumore — quel misto di fischietti, bassi che vibrano dai carri, cori improvvisati — e il silenzio improvviso che cala quando passa lo striscione dei veterani, quelli che c’erano nel 1972, quando la prima marcia londinese contava appena duemila persone e camminare mano nella mano era un atto di coraggio, non di festa.

Cinquantaquattro anni dopo, la protesta è diventata parata. Ma sotto i lustrini, il messaggio non ha cambiato grammatica.

Il tema di quest’anno, Many Voices. One Front — molte voci, un solo fronte — è un manifesto di solidarietà intergenerazionale che tiene insieme quattro battaglie precise: i diritti sanitari delle persone trans, la visibilità queer delle comunità nere e brown, il riconoscimento delle famiglie scelte e la lotta ai crimini d’odio. Perché il Pride, ce lo si dimentica facilmente tra un boa di piume e l’altro, resta prima di tutto una piattaforma di protesta e di progresso.

Sei palchi hanno punteggiato il centro: il Main Stage a Trafalgar Square, con MNEK come headliner e nomi come Beth Ditto in cartellone; Soho Square dedicata alle voci trans e non-binary; Golden Square alle comunità della Global Majority; Leicester Square alle donne. E poi l’area famiglie ai Victoria Embankment Gardens, dove i bambini con le guance dipinte d’arcobaleno erano forse l’immagine più eloquente della giornata: una normalità conquistata, non concessa.

Per un italiano che vive qui, il Pride londinese ha sempre un retrogusto particolare. È l’orgoglio — parola che in italiano conserva ancora un’eco quasi severa, dantesca — trasformato in gioia pubblica, collettiva, sfacciata. Orgoglio, dal franco *urgoli — «notevole» — giunto all’italiano attraverso il provenzale orgolh: una parola germanica, perché il latino, curiosamente, non ne possedeva una per dire l’orgoglio buono — superbia e flatus erano sempre e solo eccesso. Ieri, lungo Piccadilly, quella parola importata trovava finalmente la sua misura giusta.

E mentre gli organizzatori annunciano la candidatura della città a WorldPride 2032, Londra è tornata stamattina sotto il sole cocente e alle sue code. Ma qualche coriandolo dorato, negli angoli di Haymarket, resiste ancora. Come le parole giuste: una volta dette, non si spazzano via.

Emanuele Piva

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