Thursday, January 15, 2026
Insolita cultura

La Monaca di Monza

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 Marianna de Leyva, la donna — reale e tormentata — che ispirò la figura della Monaca di Monza ovvero “suor Gertrude” nel romanzo I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Cercherò di raccontarvi  la sua storia …


Chi era Marianna de Leyva

Marianna de Leyva nacque a Milano nel 1575, figlia di un’illustre famiglia di nobili spagnoli — il padre era conte di Monza, la madre apparteneva a una delle famiglie più ricche di Milano. 
Quando era ancora bambina, a causa di dinamiche familiari connesse all’eredità e alle convenzioni del tempo, venne destinata alla vita religiosa: a tredici anni fu mandata in convento, e nel 1591 – appena sedicenne – pronunciò i voti assumendo il nome di suor Virginia Maria

Questa scelta — comune tra le famiglie nobili in cerca di gestire eredità e status — era più un atto economico-sociale che una vocazione: Marianna era di fatto “la Signora di Monza” anche da religiosa, con un passato e un lignaggio alle spalle. 


Scandalo, amore proibito e tragedia

La vita di Marianna — o meglio, della “Signora-suora” — prende una piega tragica: intorno al 1598 inizia una relazione con un nobile, il Gian Paolo Osio, un uomo già noto per atti criminali. Dalla loro unione nascono due figli: uno muore subito, l’altro — una bambina — viene riconosciuta da Osio. 

Per coprire la vicenda, Osio e Marianna vengono coinvolti in omicidi brutali — una monaca minacciava di parlare. La situazione degenera in una serie di crimini che presto scuotono il convento e la città. Il fatto finirà in un processo: la monaca viene incriminata, condannata e “murata viva” in una piccola cella, privata di contatti esterni per lunghi anni. 

Una vita scandita da privilegi di nascita e potere, ma anche da paure, segreti, colpe e punizioni severe. Marianna visse fino al 1650, segnata da questa vicenda, diventando figura emblematica di una realtà che univa nobiltà, religione, inganni e tragedie. 


Da donna reale a figura letteraria: la Monaca di Monza di Manzoni

Quando Manzoni scrive I Promessi Sposi, sceglie di usare la storia di Marianna come ispirazione. Cambia il nome: la suora diventa Gertrude, ma molti elementi restano riconoscibili — il conflitto, la clausura imposta, l’“affare” con un nobile, la colpa, il senso di tragedia. 

Manzoni non fa uno “spazio biografico”: usa la vicenda per esplorare temi morali e sociali — l’oppressione delle donne, la rigida struttura sociale, la religione, la libertà negata. In Gertrude vede non solo una colpevole, ma una vittima del sistema, una donna costretta in ruoli scelti da altri. 

In questo modo la figura della Monaca di Monza diventa simbolo: di sofferenza, di condanna, di umanità — un ponte tra storia e letteratura che continua a scuotere la sensibilità del lettore.


Perché la sua storia continua a colpire

  • Contrasti forti: nobiltà vs clausura, privilegio vs costrizione, sacro vs peccato. Questa dicotomia rende la sua vicenda affascinante e drammatica al tempo stesso.

  • Temi universali: libertà, giustizia, ingiustizia, femminilità, ipocrisia sociale. Ancora oggi tanti di questi temi ci parlano.

  • Mischio fra verità e finzione: la difficoltà di separare la donna reale dal personaggio letterario amplifica il fascino e l’enigma attorno a lei.

  • Eredità culturale: raccontata, reinterpretata, raffigurata in pittura, teatro, film, modi in cui si è cercato di dar voce a una donna “proibita”.


Qualche (piccola) lezione dalla sua vita

Marianna de Leyva — come donna e come personaggio — ci insegna che le vite non sono mai semplici, che il contesto conta profondamente, che le donne quasi sempre hanno pagato di più di quanto meritassero. Ma anche che la letteratura può dare un’eco a storie tristi, trasformandole in memoria — e in monito.

Il suo nome richiama ancora oggi discorsi su libertà, diritti, ingiustizie. La sua vicenda — tragica, scandalosa, reale — può farci riflettere: su quanto la società, le istituzioni, le aspettative possano condizionare un destino. Ma anche su quanto la dignità umana, la coscienza, la memoria siano più forti delle catene.

Emanuele Piva

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