Lancia Thema a motore Ferrari
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Nella metà degli anni Ottanta, dentro al gruppo Fiat, nasce un’idea che oggi sembra quasi una follia riuscita: prendere un motore Ferrari e montarlo su una berlina elegante, da “signore in giacca e cravatta”. Da quell’idea nascerà la Lancia Thema 8.32, una delle auto più affascinanti e improbabili della storia europea.
La base è la Lancia Thema, ammiraglia del marchio, progettata su pianale “Tipo 4” condiviso con Fiat Croma, Saab 9000 e Alfa Romeo 164, e disegnata da Giorgetto Giugiaro / Italdesign. Una tre volumi grande, pulita nelle linee, pensata per sfidare le berline tedesche sul loro terreno: serietà, comfort, status.
Nel 1986 qualcuno al vertice decide che non basta essere eleganti: bisogna anche stupire. Sotto la guida del management Fiat di Vittorio Ghidella, il gruppo vuole una “halo car”, un modello vetrina che mostri cosa sa fare l’industria italiana: una Lancia come emblema di lusso, con un cuore Ferrari come manifesto tecnico e d’immagine.
Così nasce la Thema 8.32. Il nome è già un programma: 8 cilindri, 32 valvole. Sotto il cofano c’è un V8 di derivazione Ferrari, sigla F105L, basato sul motore della Ferrari 308 / Mondial Quattrovalvole, ma profondamente adattato all’uso su una berlina: cilindrata circa 2,9–3,0 litri, 215 CV, alimentazione Bosch, nuova fasatura, valvole più piccole e soprattutto un albero motore “cross-plane” per rendere l’erogazione più dolce e adatta alla guida quotidiana.
Risultato: una trazione anteriore potentissima per l’epoca, capace – sui dati di fabbrica – di arrivare a circa 240 km/h e 0–100 in meno di 7 secondi. Una cifra che metteva la Thema 8.32 ai vertici delle berline stradali del suo tempo.
Se fuori la macchina resta volutamente sobria, è dentro che si rivela il suo ruolo di ammiraglia di rappresentanza. L’abitacolo è un manifesto di lusso anni ’80: radica vera su plancia e pannelli porta, Alcantara o pelle Poltrona Frau a richiesta, strumentazione incastonata come in un salottino, dettagli curati da vera auto di rappresentanza.
All’esterno, solo piccoli dettagli tradiscono la natura speciale: i cerchi a stella in stile Ferrari, le cromature brunite, il doppio terminale di scarico e, soprattutto, il celebre spoiler posteriore a scomparsa, azionabile dall’abitacolo, che a velocità elevata aiuta la stabilità. È una delle prime applicazioni di aerodinamica “attiva” su un’auto stradale.
La produzione artigianale della 8.32 avviene nello stabilimento Lancia di Borgo San Paolo, a Torino, distinto dalla normale catena di Mirafiori. Tra 1986 e inizio 1992 vengono costruiti poco più di 3.500 esemplari in due serie: la prima dal 1986 al 1988, la seconda dal 1988 al 1992 con aggiornamenti tecnici ed estetici.
Perché, allora, un’auto così speciale esce di scena dopo pochi anni?
I motivi sono molto concreti.
Prima di tutto, i costi: il motore di origine Ferrari rende l’auto carissima da costruire e da vendere. In molti mercati la Thema 8.32 costa più di alcune sportive pure o di berline tedesche molto blasonate, restando di fatto un oggetto per pochi intenditori.
In secondo luogo, il mercato cambia: tra fine anni ’80 e inizio anni ’90 il segmento premium si consolida su Mercedes, BMW e Audi, mentre Lancia, pur stimata, fatica a sostenere investimenti pesanti su modelli di nicchia. La 8.32 resta una vetrina tecnologica, ma non può diventare un pilastro di gamma.
Infine, c’è la complessità tecnica: un V8 così raffinato richiede manutenzioni specialistiche, ricambi dedicati, una rete ben preparata. Per un costruttore generalista, tenere in vita a lungo un progetto tanto particolare è difficile da giustificare dal punto di vista industriale.
Così, all’inizio degli anni ’90, la Thema 8.32 esce di scena. Ma non smette di vivere nell’immaginario.
Oggi è considerata una youngtimer da intenditori: una berlina italiana elegante, figlia del progetto Tipo 4, con il rombo di un V8 che arriva da Maranello. Un’auto che dimostra che, per qualche anno, Lancia e Ferrari hanno davvero condiviso lo stesso battito cardiaco sotto il segno del gruppo Fiat.
La Thema 8.32 non è stata solo una vettura di serie limitata. È stata un esperimento riuscito, un ponte tra il mondo delle berline da rappresentanza e quello delle sportive più pure. Un piccolo miracolo industriale che racconta un’epoca in cui l’industria italiana non aveva paura di osare.
Emanuele Piva
Enos Rizzotti

