Sunday, November 30, 2025
Insoliti successi

Lo Champagne e l’Italia

Fra le colline della Champagne, quelle colline che sembrano scolpite da un dio che amava il gesso più della pietra, nacque un vino che non voleva stare fermo. Le bottiglie tremavano, esplodevano, fischiavano come fossero vive. I monaci dell’abbazia di Hautvillers, poveri custodi di queste creature ribelli, passavano più tempo a raccogliere vetri che a pregare. E nel mezzo di questo frastuono, un giorno, Dom Pérignon — che probabilmente aveva più pratica di cantina che di misticismo — assaggiò una di quelle bottiglie che avevano sopravvissuto alla notte. Le bolle gli salirono al naso come un coro di miniature dorate. Non pronunciò frasi solenni, non chiamò stelle. Semplicemente capì che lì dentro stava accadendo qualcosa che nessun vino aveva osato fare prima: ribellarsi alla quiete.

La Champagne, va detto, non era certo nuova al vino. Dai tempi dei Romani, quelle terre producevano liquidi più acidi che eleganti, più severi che festaioli. Ma proprio questa severità, unita al clima rigido, offrì un vantaggio inatteso: la fermentazione si fermava presto, e poi, con l’arrivo della primavera, ripartiva. E da questa ripartenza nacque la magia.

La storia vuole che i francesi abbiano inventato lo spumante. La realtà è più socraticamente complessa. Gli inglesi, con il loro gusto per le stranezze, già nel Seicento sperimentavano bottiglie robuste e zuccheri aggiunti per creare vini frizzanti. I francesi, invece, affinarono l’estetica, la tecnica e soprattutto il racconto. Al resto pensò l’Europa delle corti, dove nulla è più contagioso dell’ostentazione: una bottiglia frizzante diventava il sorriso di una corona.

A questo punto potremmo pensare che l’Italia fosse rimasta fuori dalla partita. Tutt’altro. L’Italia osservava, rubava idee, e poi — come sempre — le trasformava.

In Piemonte, un giovane intraprendente di nome Giuseppe Gancia, a metà Ottocento, scese in Francia, annusò l’aria umida delle cantine, studiò lieviti, tempi, segreti, e tornò a casa con una convinzione: le colline piemontesi potevano cantare la stessa musica, ma con un timbro tutto loro. Nacquero così gli spumanti “alla maniera francese”, primi vagiti di un’italianità che non copiava: reinterpretava.

E poi c’è la Franciacorta, che è un po’ la cugina elegante della Champagne: stessa inclinazione alla precisione, stessi vitigni internazionali, ma una luce diversa, più mediterranea, più inclinata al sorriso che al protocollo. Anche lei, con calma e rigore, ha costruito un’identità tanto forte da non dover più chiedere paragoni.

E in questo scambio fra Francia e Italia c’è qualcosa di profondamente umano. Le bollicine francesi nascono da un incidente che diventa arte. Le bollicine italiane nascono da un’arte che accoglie l’incidente e lo trasforma in stile. Champagne e spumante non sono rivali, sono fratelli separati alla nascita: uno monastico e disciplinato, l’altro curioso e viaggiatore.

Alla fine, la storia delle bollicine è una piccola lezione di civiltà europea: le invenzioni non hanno mai un solo padre, ma molti complici; le tradizioni non sono confini, ma conversazioni; e un calice frizzante è un buon modo per ricordarci che anche le idee più serie, se attraversate da una bolla d’aria, diventano più leggere e più luminose.

Emanuele Piva

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