Sunday, November 30, 2025
Insolita cultura

MINA

Mina, dicevo poc’anzi ai miei studenti e lettori, è uno di quei casi rari in cui la cultura popolare incontra l’algebra dell’arte alta, e senza farsene accorgere diventa canone. La sua storia somiglia a certi edifici lombardi: li guardi pensando che siano moderni, poi scopri che hanno fondamenta medievali. Il suo timbro, per esempio, è modernissimo; ma la sua costruzione musicale è quasi romanica, una voce che sale per archi, non per scale.

Si tende a dimenticare quanto l’Italia degli anni Sessanta fosse un luogo visivo prima ancora che sonoro. La televisione, ancora in bianco e nero, faceva sembrare tutto più serio di quanto fosse. Mina, con quella sua immobilità elegante, lo capisce subito: non serve agitarsi, basta esserci. La sua presenza funziona come certe colonne neoclassiche: non si muovono, eppure sostengono un intero edificio.

Quando compariva a Studio Uno, lo faceva con quell’aria di donna già pienamente padrona del proprio destino. Aveva capito che l’arte, nel Novecento, non stava più nelle cornici dorate ma nell’autodeterminazione. E allora la sua immagine era già un progetto curatoriale: tagli di capelli che sfidavano la geometria, eyeliner calibrato come un’ombra portata in un dipinto di Morandi, abiti che non seguivano la moda ma la suggerivano.

Il gesto decisivo arriva però negli anni Settanta.

Lì, in un’Italia che sta perdendo lentamente le certezze del boom economico, Mina compie la sua mossa più radicale: si sottrae al palcoscenico.

E qui permettetemi una digressione — come chi apre cassetti per controllare se dentro c’è un’altra storia più interessante.

Nella storia dell’arte, gli autori che scompaiono volontariamente sono pochissimi. Il caso più affine è forse quello di Lorenzo Lotto, che finisce in un monastero marchigiano per sfuggire al chiasso del mondo. Oppure Giorgio de Chirico che, dopo avere inventato la Metafisica, decide di non appartenere più a nulla e si rinchiude in un anti-modernismo elegante e perentorio. Mina fa qualcosa di simile, ma con un tocco di ironia svizzera: non rinnega ciò che ha fatto, semplicemente decide di continuarlo in un’altra stanza.

Questa scelta, nella sua apparente semplicità, è un gesto da installazione concettuale.

Si potrebbe titolarla così: Assenza come forma di presenza.

Là dove altri cantanti rincorrono telecamere, lei le spegne.

Là dove il pubblico chiede visibilità, lei offre una distanza calibrata come un’opera museale che chiede di essere guardata senza toccare.

È in questa distanza che nasce la leggenda.

La voce che continua a pubblicare dischi senza apparire, le collaborazioni inattese, l’ironia con cui alterna jazz, pop, melodico, sperimentazione. È un continuo gioco di specchi: non vedi l’artista, ma percepisci la sua opera come un affresco che si espande da solo.

C’è però un’altra cosa che i più non notano: Mina non è soltanto una cantante. È un archivio vivente della cultura musicale del Novecento. Ogni sua interpretazione porta tracce di altre epoche — un glissando che sa di Broadway anni Quaranta, un fraseggio jazz che fa pensare ai club fumosi, un gioco di accenti che viene direttamente dall’operetta. Lei è una collezionista, e la sua voce è il museo.

E a proposito di musei: le copertine dei suoi dischi meriterebbero una mostra retrospettiva. Dai ritratti fotografici quasi pittorici fino alle composizioni più grafiche, si percepisce un gusto che oscilla felicemente tra la Secessione viennese e il design anni Ottanta. Sempre un passo avanti, sempre consapevole che un disco non è solo suono, ma anche immagine, concetto, architettura.

Quando oggi ascoltiamo Mina, stiamo in realtà dialogando con un intero secolo culturale. Ogni nota è un corridoio che porta altrove: alla Canzone Italiana, certo, ma anche al jazz sofisticato, al teatro di rivista, alla canzone d’autore, ai ritmi sudamericani. È una cartografia sonora più che un repertorio.

E la sua grandezza sta qui: non nell’essere un monumento, ma nell’essere un edificio vivo, uno di quelli che cambiano aspetto senza cambiare forma.

Un po’ come Milano, che ristruttura continuamente i suoi palazzi mantenendo certe eleganti ossature ottocentesche.

Mina è questo: modernità nella tradizione, tradizione nella modernità.

Un paradosso perfettamente armonioso — e l’armonia, per un’artista, è la più alta forma di verità.

Emanuele Piva

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