Don, un titolo potente!
“Don” è una parola piccola, ma con un passato lungo: nasce come titolo di rispetto, attraversa la nobiltà e la Chiesa medievale, cambia geografia e significato, e in Italia finisce per “specializzarsi” quasi completamente sui sacerdoti (soprattutto quelli diocesani). Il bello è che, sotto il cofano, non c’è nessun mistero esoterico: c’è storia sociale, latino, e un po’ di selezione naturale delle parole.
1) L’etimo: da dominus a “don”
La radice è il latino dominus, che a Roma significava “signore, padrone”. Treccani lo segnala esplicitamente come base di voci italiane ereditarie come donno e poi don.
In italiano antico era comune la forma donno (oggi scomparsa come maschile, mentre “donna” è rimasta vitale come femminile). “Don” è quindi una forma tronca (accorciata) di donno.
Qui c’è già un punto importante: “don” non nasce “da preti”. Nasce come trattamento d’onore: un modo di segnare rispetto e rango.
2) Da titolo sociale a titolo “specializzato” sul clero
Per secoli “don” ha circolato sia tra i laici (persone di rango, aristocrazia, notabili) sia tra gli ecclesiastici. In Italia medievale e moderna la distinzione tra potere religioso e potere civile era meno separata di oggi: titoli e formule di rispetto passavano facilmente da un mondo all’altro.
La voce Treccani su don lo definisce infatti un predicato d’onore anteposto:
• agli ecclesiastici secolari (cioè i preti diocesani: parroci, viceparroci, ecc.),
• e anche (in senso “aristocratico”) ai membri di famiglie di alto rango.
L’Enciclopedia Treccani aggiunge un tassello storico: nel Medioevo “don” veniva attribuito a prelati; e la variante “dom” era usata per abati e monaci (es. benedettini), poi si estese a vari chierici e a tutti gli ecclesiastici secolari.
Col tempo, almeno nell’uso comune italiano contemporaneo, “don” ha subito una restrizione d’uso: è rimasto vivo soprattutto come appellativo del prete, mentre in altri contesti (nobiliare, civile) è diventato più raro o regionale.
Questa “specializzazione” è un fenomeno classico di semantica storica: una parola ampia, con molti usi, si restringe a uno dei suoi domini più stabili.
3) “Don” e geografia sociale: Nord, Sud e sfumature
In molte zone dell’Italia meridionale “don” ha mantenuto più a lungo anche un valore civile: titolo di rispetto per persone “di riguardo”, quasi sovrapponibile a “signore” in certi registri popolari.
Questo spiega perché la parola possa suonare:
• strettamente ecclesiastica in alcuni contesti (specie nel Centro-Nord contemporaneo),
• più ampia e sociale in altri (specie in tradizioni linguistiche meridionali).
E spiega anche perché, nella cultura pop, “don” sia diventato facilmente un titolo “di autorità” anche fuori dalla Chiesa: la parola porta con sé l’idea di status riconosciuto, e quindi si presta a usi narrativi molto diversi.
4) “Don”, “Padre”, “Dom”: non sono sinonimi perfetti
Nel parlato italiano spesso si dice “don” = “prete”, ma storicamente e istituzionalmente le formule non sono identiche.
• Don: uso tipico per i presbiteri diocesani (clero “secolare”, cioè non appartenente a un ordine religioso). Treccani lo registra proprio così.
• Padre: più tipico per i religiosi (frati, membri di ordini), anche se nella pratica può essere usato più largamente come appellativo rispettoso.
• Dom: forma tradizionale legata a certe famiglie monastiche (soprattutto benedettine), come ricorda l’Enciclopedia Treccani.
Queste differenze, in Italia, sono state molto influenzate dalla storia degli ordini religiosi e dalle abitudini locali: la lingua “fa pace” con ciò che la comunità trova comodo e riconoscibile.
5) Un mito da smontare: l’etimologia “inventata”
Quando un titolo suona antico e “misterioso”, fioriscono etimologie fantasiose. Un esempio tipico (diffuso in varie lingue) è l’idea che “don” sia un acronimo o una sigla nobiliare. In ambito di studio delle false etimologie, si trovano proprio casi del tipo “D.O.N.” reinterpretato come abbreviazione, contro l’origine reale dal latino dominus.
La regola d’oro qui è semplice: quando un’etimologia sembra “troppo perfetta” o “troppo da romanzo”, spesso è una retro-costruzione popolare.
6) Quindi, perché oggi lo si dice ai preti?
Perché la Chiesa è stata per secoli uno dei grandi luoghi sociali del titolo e del rispetto formale; e perché in italiano moderno “don” si è cristallizzato soprattutto come appellativo del prete diocesano, mentre gli usi nobiliari sono diventati più marginali o letterari. Treccani fotografa esattamente questa doppia appartenenza (ecclesiastica e aristocratica), con l’uso ecclesiastico oggi percepito come il più comune.
In altre parole: non è che i preti “hanno preso” un titolo dei nobili o viceversa. Per secoli era lo stesso ecosistema di onorifici. Poi la modernità ha fatto selezione, e “don” ha trovato la sua nicchia più riconoscibile.
Emanuele Piva

