Sunday, November 30, 2025
La dolce vita

La Tarantella

 

Storia (serissima e spassosa) della Tarantella

di Emanuele • Offbeatitalia

Se c’è una danza italiana capace di far vibrare insieme caviglie, archivi e immaginazione, è la tarantella. È musica che accelera come un espresso napoletano, rito che affonda in Puglia, mito che si reinventa a Napoli, e partitura che seduce i pianisti romantici. Insomma: un passo a due tra antropologia e spettacolo, dove il ragno è spesso più simbolo che entomologia. Per rimettere ordine—senza togliere incanto—ripercorriamo le tappe essenziali, con qualche aneddoto gustoso lungo la strada.

1) Prima c’era il morso (o meglio: il racconto del morso)

Tra Quattrocento e Seicento, nel Sud d’Italia si diffonde il tarantismo: una crisi stagionale, spesso attribuita al morso della “taranta”, che si curava con musica e danza a tempo rapido—la tarantella. L’etimologia rimanda a Taranto e alla tarantola; il fenomeno, per gli studiosi moderni, è soprattutto una sindrome culturale con una cura performativa: suono, colore, movimento. 

L’etnografo Ernesto De Martino, nel classico del 1961 La terra del rimorso, documenta nel Salento la terapia musicale: équipes di suonatori ingaggiate per far “sfogare” la tarantata finché la crisi si spegneva, anche grazie a un preciso “corredo” simbolico (colori, oggetti, invocazioni). Il libro è la nostra pietra angolare. 

Curiosità da laboratorio barocco: già nel Seicento, studiosi come Athanasius Kircher descrivono la “musica ad personam” per i tarantati, con melodie iterative e senza tregua. Una rassegna storica (Cambridge, 1979) spiega che il brano tipico della cura è proprio chiamato “tarantella”: rapido, a frasi brevi, crescente—non un walzerino da salotto ma un “motore” terapeutico. 

E c’è di più: nella letteratura storico-antropologica collegata a De Martino si ricordano reazioni ai colori (la famosa ambivalenza verso il rosso, tra attrazione e avversione), parte della drammaturgia terapeutica.

2) Il santuario del rito: Galatina

Il “capolinea” del percorso terapeutico, specialmente a fine giugno, è la Cappella di San Paolo a Galatina (Lecce), detta Cappella delle Tarantate. Secondo la tradizione, un pozzo miracoloso e l’intercessione del santo completavano l’uscita dalla crisi. Il luogo è storico (XVIII secolo), minuscolo e densissimo di memorie: l’iconografia di San Paolo, il pozzo, la processione del 29 giugno. Oggi la cappella è ancora visitabile ed è al centro della memoria cittadina. 

3) Cosa si suonava davvero?

Dalla spedizione di De Martino (1959) restano registrazioni “sul campo” curate con Diego Carpitella: tamburello regale, più violino, organetto e chitarra come assetto paradigmatico della terapia musicale. Sono fonti primarie, oggi pubblicate e studiate (Squilibri; Archivi di Etnomusicologia). 

La logica musicale è funzionale al corpo: ritmo incalzante, incastro ipnotico di percussione e bordoni, melismi che rincorrono la respirazione. La descrizione clinico-storica conferma: “tune quick, lively, uninterrupted”.

4) Dal cortile alla ribalta: la tarantella “napoletana”

Se la mappa rituale punta a Puglia e Salento, la tarantella napoletana—già attestata e codificata nell’Ottocento—diventa presto emblema urbano e turistico: velocissima, teatrale, di coppia, adottata dalla musica colta e dalla canzone. È “famiglia” della grande tarantella meridionale, ma con stile, gesti e repertori propri. 

Accanto ad essa, in Campania, vive una tradizione distinta: la tammurriata (ballo “sul tamburo”, area vesuviana e salernitana), spesso confusa popolarmente con la tarantella ma con metrica e gestualità diverse. La voce Treccani la definisce proprio come ballo cantato tipico della Campania; insomma: cugine, non gemelle. 

5) Quando i compositori si “infettano” (di ritmo)

Nell’Ottocento e primo Novecento, la tarantella strega i maestri:

  • Gioachino Rossini, La danza (1835), una sfrenata “tarantella napoletana” che diventerà un cavallo di battaglia di cantanti e pianisti, con celebri trascrizioni. 

  • Frédéric Chopin, Tarantella op. 43 (1841). 

  • Franz Liszt (la sezione “Tarantella” in Venezia e Napoli). Anche Carl Maria von Weber ci gioca, segno che la formula ritmica è diventata un cliché internazionale. 

6) Scienza del mito (e mito della scienza)

Il ragno “vero” è materia spigolosa. In Puglia vive la Lycosa tarantula (tarantola lupo); in area mediterranea anche la Latrodectus tredecimguttatus (vedova nera). La storiografia medica segnala come, tra Sette e Ottocento, ci sia stata confusione tra specie, sintomi e leggende; gran parte del tarantismo va letta come costruzione culturale con esiti psicofisiologici reali ma mediati dal rito. Le rassegne enciclopediche e gli studi biomedici moderni aiutano a distinguere l’entomologia dal folklore. 

7) Aneddoti (verificati) da raccontare agli amici

  • Il “pozzo che guarisce”: nella cappella di San Paolo a Galatina si beveva l’acqua del pozzo come sigillo finale della cura. Tradizione secolare, ancora ricordata nelle guide civiche del Comune. 

  • Colori e musica: in resoconti storici e negli studi legati a De Martino si parla della sensibilità ai colori (in particolare il rosso) durante la crisi e la cura, elemento scenico e affettivo che orientava suonatori e familiari. 

  • Il “fonico” del rito: le registrazioni del ’59-’60 fatte da Carpitella (con De Martino) hanno riportato in cuffia l’intero “clima sonoro” delle case salentine: pizziche terapeutiche, ninne nanne, canti narrativi. Oggi sono pubblicate con apparati critici. 

  • Il manuale del Seicento: gli autori dal Seicento in poi descrivono una cura “a suon di tarantella”, con tempi sempre più concitati—un modello di proto-musicoterapia popolare che oggi si studia nelle riviste di storia della medicina. 

8) E oggi?

La tarantella sopravvive in molte forme: come pizzica terapeutico-memoriale nel Salento, come tarantella di scena e di festa a Napoli e oltre, come oggetto di festival, ricerche d’archivio, rielaborazioni contemporanee. Ma attenzione alle scorciatoie: “tarantella” non è etichetta unica—è una famiglia di danze e ritmi, con dialetti locali e storie autonome che meritano di essere nominate con precisione. 

Chiudiamo con un’immagine mentale

La tarantella è un orologio a battito: misura il tempo collettivo mentre “ripara” quello individuale. Nei cortili del Salento era rito di cura; nei salotti europei, virtuosismo; nelle piazze, ancora oggi, è chiamata a fare ciò che ha sempre saputo fare: rimettere in circolo energia.

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