Sunday, November 30, 2025
Insolita cultura

Le Origini della Mafia

 Palermo, fine Ottocento: dove nasce la parola “mafia”

Il termine “mafia” entra nel lessico pubblico nella Palermo post-unitaria. La sua prima grande circolazione è legata al successo della commedia in siciliano I mafiusi de la Vicaria (1863), ambientata nel carcere cittadino e replicata in tutta Italia; pochi anni dopo, nel 1865, la parola compare per la prima volta in un documento ufficiale del prefetto di Palermo. Questi due snodi — teatro popolare e atto amministrativo — trasformano una voce di gergo in un nome proprio del potere criminale.  

Sull’etimologia regna l’incertezza: si sono proposte radici arabe o spiegazioni legate al siciliano mafiusu (“spavaldo”, “ardito”). Gli studiosi concordano però che la caccia all’etimo non spiega il fenomeno sociale.  

Un’isola che cambia: Stato debole, feudi in transizione

Dopo l’Unità d’Italia (1861), la Sicilia vive una modernizzazione spezzata: vecchi assetti feudali, poteri locali robusti, Stato distante. In questo vuoto di legalità prosperano gli intermediari della violenza: gabelloti (affittuari di grandi poderi) e campieri (guardiani armati) che controllano terre e manodopera, scambiando protezione con consenso e voti. È in questo terreno — non in un’unica “setta”, ma in reti locali radicate — che prende forma il fenomeno mafioso.  

 Il “fattore limone”: perché i giardini d’agrumi contano

Le ricerche economiche più recenti mostrano un legame stretto tra l’emergere della mafia nell’Ottocento e il boom degli agrumi della Conca d’Oro palermitana. Dopo la scoperta di James Lind (fine Settecento) sull’efficacia degli agrumi contro lo scorbuto, l’esportazione di limoni e arance rese altissimi profitti: colture delicate, impianti costosi, furti frequenti, contratti opachi. In assenza di uno Stato credibile, gruppi mafiosi offrirono — e imposero — “protezione” a produttori ed esportatori, monetizzando la violenza come servizio. Studi quantitativi basati sull’Inchiesta parlamentare Damiani (1881-1886) mostrano che la presenza mafiosa nell’isola dell’epoca è più elevata proprio dove è forte la coltivazione di agrumi.  

 Dalle carte ufficiali: come lo Stato “vede” la mafia

Tra il 1898 e il 1900 il questore di Palermo Ermanno Sangiorgi invia al Ministero dell’Interno 31 relazioni (il cosiddetto “Rapporto Sangiorgi”) che per la prima volta descrivono la mafia come organizzazione fondata su giuramenti, estorsione e controllo del territorio. Il processo che ne seguì ebbe esiti deludenti per mutati equilibri politici e ritrattazioni, ma quelle carte restano la prima radiografia organica di Cosa nostra.  

Già pochi anni prima, l’Inchiesta parlamentare sulle condizioni della Sicilia (Damiani/Jacini, 1881-1886) aveva raccolto dati comunali su criminalità e conflitti agrari, materiale oggi usato dagli storici dell’economia per misurare la diffusione mafiosa ottocentesca.  

Politica, rivolte e convergenze d’interesse

Nella crisi sociale di fine secolo s’intrecciano movimenti popolari e poteri locali. I Fasci siciliani dei lavoratori (1892-94) lottano per salari e terre; in alcuni contesti, capi mafia provano a cavalcare o indirizzare le proteste, alleandosi tatticamente con leader locali per colpire avversari o negoziare rendite. L’episodio non definisce “la” mafia, ma illumina la sua capacità di inserirsi nei conflitti sociali come broker della violenza.  

Miti da archiviare (con cautela filologica)

• “Origini medievali”: talvolta si immagina la mafia come setta anti-straniera nata nel Medioevo. Le sintesi enciclopediche ricordano che queste narrazioni esistono, ma la storiografia prevalente colloca l’emersione del fenomeno come sistema nella Sicilia ottocentesca, in connessione con mercato agrario, poteri locali e debolezza statuale.  

• “Una sola cupola fin dall’inizio”: nell’Ottocento non c’è una piramide unica; esistono cosche territoriali con regole comuni e relazioni, ma l’unitarietà organizzativa maturerà più tardi. Le fonti coeve parlano di gruppi locali e di una “industria della violenza” radicata nelle élite economiche.  

Lessico minimo per l’ascoltatore

Omertà (codice di silenzio), pizzo (tassa estorsiva), cosca (gruppo mafioso, come le spate del carciofo), gabelloto (affittuario-intermediario di latifondo), campiere (guardiano armato): parole che nascono dall’economia agraria e spiegano perché la violenza “a pagamento” sia stata per decenni un business.  

 Chiusura: che cosa intendiamo, oggi, per “nascita della mafia”

Quando diciamo “nascita della mafia” parliamo dell’emersione, nella Sicilia della seconda metà dell’Ottocento, di reti criminali che offrono protezione privata, intrecciate con politica e affari, favorite da mercati ad alto profitto (gli agrumi), scarsa fiducia istituzionale e intermediazione violenta. Da lì, nei decenni successivi, il fenomeno migra e si trasforma, senza perdere il suo nucleo: fare della violenza un servizio e un’industria.  

Emanuele Piva

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