Sunday, May 24, 2026
Insoliti successi

Rivoluzione o problema?La flotta di robotaxi …

La flotta di robotaxi di Alphabet sbarca nella capitale britannica. Un futuro di mobilità autonoma tra promesse, sfide e interrogativi irrisolti.

Di Emanuele Piva | 17 Maggio 2026

Immaginatevi a bordo di una Jaguar I-Pace elettrica che percorre Piccadilly Circus. Nessun autista. Nessun volante che gira da solo come in un film di fantascienza: soltanto voi, Londra e un sistema di intelligenza artificiale che conosce ogni semaforo, ogni curva e ogni dosso della città. Questo scenario, fino a poco tempo fa relegato alle pagine dei romanzi di Philip K. Dick, è oggi una realtà concreta. Waymo, la divisione di guida autonoma di Alphabet — la holding madre di Google — ha già portato una flotta di oltre cento vetture sulle strade londinesi e si appresta a lanciare il primo servizio commerciale di robotaxi in Europa.

Il lancio commerciale è previsto per il 2026, subordinato alla firma definitiva dei regolatori britannici. Nel frattempo, la flotta testa autonomamente su un’area di cento miglia quadrate della città, con operatori di sicurezza a bordo pronti a intervenire. La rivoluzione è già in corso, e si muove — come sempre accade con le grandi trasformazioni — in silenzio.

Un lungo corteggiamento: le radici britanniche di Waymo

La storia di Waymo non nasce ieri. Nel 2009, nei laboratori segreti di Google X, un team di ingegneri visionari avviò il progetto Chauffeur: l’automobile che guida se stessa. Sedici anni, miliardi di dollari e oltre cento milioni di miglia autonome percorse negli Stati Uniti — da Phoenix a San Francisco, da Los Angeles ad Austin — hanno trasformato quella visione in una realtà quotidiana per mezzo milione di passeggeri ogni settimana.

Il legame con il Regno Unito è più profondo di quanto sembri. Nel 2019, Waymo acquisì Latent Logic, una startup spin-off del dipartimento di informatica dell’Università di Oxford, specializzata in imitation learning per la simulazione di guida autonoma. Un investimento silenzioso che oggi frutta dividendi straordinari: l’hub ingegneristico di Oxford è uno dei cervelli del sistema che ora percorre le strade di Londra.

Il governo britannico, guidato dalla Segretaria ai Trasporti Heidi Alexander, ha accelerato i tempi: i programmi pilota sono stati anticipati alla primavera 2026 — un anno prima del previsto — sotto l’ombrello dell’Automated Vehicles Act del 2024, la legge che impone agli AV di eguagliare o superare gli standard di sicurezza umani. Secondo le stime ufficiali, il settore potrebbe generare 38.000 nuovi posti di lavoro e aggiungere 42 miliardi di sterline all’economia britannica entro il 2035.

La sfida: Londra non è Phoenix

Eppure Londra non è Phoenix. Non è nemmeno San Francisco. È un organismo urbano stratificato in duemila anni di storia: strade medievali che si intrecciano con boulevard vittoriani, autobus rossi a due piani che svoltano con insolente eleganza, ciclisti kamikaze e pedoni che attraversano con la serenità di chi ha visto di peggio. La pioggia, la nebbia, la luce grigia del novembre londinese — tutto questo mette alla prova i sensori LiDAR e le telecamere di bordo come nessuna città americana avrebbe potuto fare.

La competizione, inoltre, è già agguerrita: la startup britannica Wayve, sostenuta da importanti investitori, e Uber con il suo programma di guida autonoma puntano anch’esse al mercato londinese. Londra si prepara a diventare il grande laboratorio europeo della mobilità autonoma.

I vantaggi: sicurezza, accessibilità, zero emissioni

I sostenitori della guida autonoma puntano innanzitutto sulla sicurezza. L’intelligenza artificiale non si distrae, non si stanca, non controlla il telefono mentre guida. Secondo i dati di Waymo, i suoi veicoli hanno percorso oltre cento milioni di miglia con un tasso di incidenti significativamente inferiore a quello medio umano. Per una città come Londra, dove ogni anno si registrano migliaia di feriti negli incidenti stradali, il potenziale impatto è enorme.

A questo si aggiunge la questione ambientale: la flotta è interamente composta da Jaguar I-Pace elettriche, il che significa zero emissioni locali in una città che lotta da anni con l’inquinamento atmosferico. Sul fronte dell’accessibilità, i robotaxi potrebbero rappresentare una svolta per anziani, persone con disabilità o chiunque non possa guidare autonomamente. Il servizio sarebbe disponibile tramite app, 24 ore su 24, senza dover attendere la disponibilità di un conducente.

Gli svantaggi: lavoro, privacy e dipendenza tecnologica

Le preoccupazioni, tuttavia, sono concrete. La più immediata riguarda il lavoro. A Londra operano circa 60.000 tassisti titolari di licenza, custodi della più celebre prova di memoria geografica al mondo: The Knowledge, il test che impone ai candidati di memorizzare 25.000 strade e 20.000 punti di interesse della capitale. Il sindacato LTDA ha già avviato un tavolo di confronto con il governo. La questione non è soltanto economica: è identitaria. Il black cab è un simbolo di Londra quanto il Big Ben.

Sul fronte della sicurezza informatica, i veicoli autonomi rappresentano una superficie d’attacco senza precedenti. Un hackeraggio su larga scala non è uno scenario fantascientifico. Altrettanto spinosa è la questione della privacy: i robotaxi registrano continuamente dati sugli spostamenti dei passeggeri. Chi possiede queste informazioni? Come vengono utilizzate? La dipendenza da colossi privati americani per la gestione di infrastrutture di mobilità pubblica è un tema che il governo britannico non potrà ignorare a lungo.

Una trasformazione inevitabile, una scelta necessaria

La risposta onesta è che non si tratta di scegliere tra futuro e passato, ma di decidere che tipo di futuro vogliamo costruire. Ogni grande rivoluzione tecnologica — dalla stampa a vapore alle ferrovie, dall’automobile al GPS — ha ridisegnato i mestieri senza cancellarli del tutto. La domanda più importante non è se il robotaxi soppianterà il tassista, ma chi controllerà questa transizione e a beneficio di chi avverrà.

Londra, con la sua storia di adattamento e reinvenzione, è probabilmente la città più attrezzata al mondo per affrontare questa sfida. Ma la tecnologia da sola non basta. Servono regole chiare, garanzie per i lavoratori, trasparenza sui dati e una visione politica che metta la città — non l’algoritmo — al centro delle decisioni.

Il futuro è già in corsia. Spetta ai cittadini, ai politici e alle istituzioni decidere come salire a bordo.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Consent Management Platform by Real Cookie Banner