Il tramezzino, l’invenzione italiana che ha fatto scuola
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«Ci vorrebbe un altro di quei golosi tramezzini…», esclamò d’Annunzio, nel 1925, durante una visita allo storico bar torinese in cui nacque questa sfiziosità culinaria, che da allora diventò, per tutti, “tramezzino”.
Dietro l’apparente semplicità del tramezzino si nasconde una storia sorprendentemente ricca, che intreccia lingua, costume e trasformazioni sociali dell’Italia del Novecento. Più che un semplice alimento, il tramezzino è il prodotto di un’epoca e di un modo di vivere la città.
Il termine tramezzino nasce negli anni Venti del Novecento come alternativa italiana alla parola inglese sandwich. La paternità linguistica viene generalmente attribuita a Gabriele D’Annunzio, noto per il suo impegno nella “difesa” della lingua italiana dagli anglicismi. Il neologismo, costruito sul concetto di qualcosa che sta “nel mezzo”, ebbe immediatamente successo e si impose rapidamente nell’uso comune.
Se la parola nasce nei salotti letterari, il tramezzino come prodotto gastronomico prende forma a Torino, all’interno di storici caffè cittadini come il celebre Caffè Mulassano. È qui che il pane bianco morbido, privato della crosta e farcito con ingredienti semplici ma curati, diventa il compagno ideale della vita da caffè: discreto, elegante, facile da consumare senza interrompere la conversazione.
Il tramezzino si afferma così come simbolo di una borghesia urbana in trasformazione, sempre più attenta al tempo, alla forma e alla socialità. Non è un pasto completo, ma una soluzione moderna, adatta a una società che comincia a mangiare anche fuori casa, in piedi, tra un impegno e l’altro.
La diffusione del tramezzino non si arresta a Torino. Nel corso degli anni, il prodotto si diffonde in tutta Italia, trovando una seconda patria a Venezia, dove assume caratteristiche diverse: più grande, più ricco, spesso abbondante nelle farciture. Nei bacari veneziani il tramezzino diventa quasi un esercizio di stile gastronomico, mantenendo però intatta la sua funzione di cibo rapido e conviviale.
Nel secondo dopoguerra, il tramezzino perde progressivamente la sua connotazione elitaria e diventa un alimento quotidiano: entra nei bar di provincia, nelle stazioni ferroviarie, nelle pause scolastiche e lavorative. Pur trasformandosi, conserva alcune caratteristiche fondamentali: ordine, pulizia, misura. A differenza del panino rustico, il tramezzino resta un cibo urbano, educato, pensato per essere consumato senza eccessi.
Oggi il tramezzino continua a occupare uno spazio preciso nella gastronomia italiana. Non compete con lo street food né con l’alta cucina, ma resiste come soluzione pratica e riconoscibile. La sua longevità è legata proprio a questa capacità di adattarsi senza snaturarsi, di rimanere semplice senza diventare banale.
All’ultimo morso, il tramezzino è molto più di due fette di pane farcite: è un piccolo classico del costume italiano, un oggetto quotidiano che racconta l’evoluzione del gusto, del linguaggio e della vita urbana nel corso di oltre un secolo.
Emanuele Piva

