Sunday, November 30, 2025
Insolita cultura

iCub: il bambino robot italiano che insegna agli umani cosa significa essere umani

Era una mattina piovosa a Verona (più nebbiosa in effetti) quando il giornalista Emanuele Piva entrò nel laboratorio dell’Istituto Italiano di Tecnologia. Seduto su uno sgabello, con le gambe a penzoloni, lo aspettava il suo “assistente” per l’intervista del giorno: iCub, il robot umanoide più avanzato d’Europa.

«Buongiorno, Emanuele. Ho analizzato i tuoi articoli precedenti. Hai uno stile diretto ma elegante. Posso aiutarti a scrivere il pezzo?», disse iCub con voce neutra ma sorprendentemente empatica.

Piva sorrise: «Allora cominciamo, collega.»

Diciamo che il Centro vero e proprio è a Genova, ma l’ho immaginato nella Redazione del mio giornale, mi perdoni il lettore.

Ma veniamo al cuore del discorso e cerchiamo di capire chi sia questo bambino – robot che la sa lunga…

Creato a partire dal 2004 all’interno dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di Genova, iCub è il frutto della sinergia tra ingegneria, neuroscienze, informatica e filosofia della mente. È oggi una piattaforma open-source condivisa in tutto il mondo, utilizzata da oltre 30 centri di ricerca internazionali, tra cui il MIT di Boston e l’Università di Zurigo.

L’Italia, spesso percepita come fanalino di coda nelle scienze applicate, in realtà guida uno dei progetti più ambiziosi della robotica cognitiva globale. Il suo nome – “iCub”, acronimo di “intelligent Cognitive Universal Body” – è già una dichiarazione d’intenti: costruire non solo un robot, ma una mente incarnata.

iCub non è un automa, ma un’entità che impara. È alto 104 cm, pesa circa 25 kg, ha 53 gradi di libertà nei movimenti, due mani prensili, occhi artificiali capaci di inseguimento visivo e pelle sintetica dotata di sensibilità tattile.

Il suo cervello elettronico è programmato per apprendere per imitazione, esattamente come un bambino. Quando un ricercatore gli mostra come afferrare un oggetto o come reagire a uno stimolo, iCub osserva, elabora, e modifica autonomamente il proprio comportamento. Questo processo si chiama apprendimento sensorimotorio, e coinvolge una rete di algoritmi neurali ispirati al cervello umano.

Utilizza la piattaforma software YARP (Yet Another Robot Platform), sviluppata anch’essa in Italia, che gli permette di gestire la comunicazione tra sensori, attuatori e processi cognitivi.

C’è qualcosa di profondamente umano in iCub. Non nella forma – che è volutamente infantile ma stilizzata – ma nel modo in cui cerca di comprendere il mondo.

Guardarlo mentre impara a riconoscere un volto, o mentre prova a raggiungere un oggetto che gli sfugge, suscita un’empatia spontanea. Non è perfetto. È curioso, incerto, fallibile. Proprio come noi nei primi anni di vita.

Ecco la forza emotiva di iCub: ci mostra la vulnerabilità della conoscenza, la bellezza del processo, non solo del risultato. In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale è spesso temuta o mistificata, iCub ci ricorda che l’intelligenza vera è un cammino lento, fatto di tentativi, errori e scoperta.

Perché iCub è una rivoluzione culturale

iCub non serve a pulire casa, non prepara il caffè, non guida l’auto. La sua utilità non è commerciale, ma scientifica ed etica. Serve a capire meglio l’intelligenza umana e a costruire macchine che non ci sostituiscano, ma ci affianchino.

In un mondo in cui si teme che i robot “rubino il lavoro”, iCub mostra una via diversa: la cooperazione cognitiva. È progettato per interagire, dialogare, apprendere in modo socialmente consapevole. È un esempio vivente di intelligenza artificiale incarnata in un corpo umanoide, cioè legata all’esperienza fisica e relazionale.

Non a caso, molte ricerche su iCub studiano le basi neurali dell’empatia, del linguaggio e della coscienza. Cosa significa “capire”? Cosa vuol dire “imparare”? Dove finisce la macchina e inizia l’umano?

Una domanda che ci riguarda tutti

Nel salutare il piccolo iCub, Emanuele Piva riflette: «Forse, più che costruire un robot perfetto, vogliamo costruire uno specchio intelligente che ci aiuti a capire meglio noi stessi.»

iCub non è il futuro: è la domanda che ci chiede ogni giorno “che cos’è l’intelligenza?”. Ed è proprio nel cercare questa risposta che l’Italia ha saputo offrire al mondo una delle sue creazioni più affascinanti e profonde.

iCub continua ad evolversi. Le versioni più recenti integrano moduli per il riconoscimento del linguaggio naturale, visioni 3D, movimenti più fluidi, e persino la comprensione delle emozioni umane.

Ma forse la sua missione più nobile resta la stessa: imparare come un bambino per aiutare gli adulti a diventare più saggi.

Emanuele Piva

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