Il canone Rai, la tassa che strizza l’occhio al passato
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Il canone Rai è un’imposta dal sapore strano, medievale, ricorda un po’ lo Ius primae noctis e nel 2023 stiamo ancora qua a discuterne e a pagarlo. Periodicamente sembra che vogliano abolirlo, adesso ce lo troviamo in bolletta. Insomma, lo cacci dalla porta e ti rientra dalla finestra. Giusto o sbagliato che sia, ha una storia tutta italiana e, nell’Italia dei tartassati, vale la pena conoscerla.
«Chiunque detenga uno o più apparecchi atti od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni è obbligato al pagamento del canone di abbonamento, giusta le norme di cui al presente decreto. »
– R.D.L. 21 febbraio 1938, n. 246 art. 1, in materia di “Disciplina degli abbonamenti alle radioaudizioni.”
Era l’anno 1938 quando venne istituito il primo canone Rai e alla guida del Paese c’era Benito Mussolini mediante il succitato decreto regio che si trasformò in Legge n.880 solo pochi mesi dopo.
Gli italiani al tempo possedevano solo la radio e l’operazione serviva per finanziare e diffondere il fascismo. Con il tempo nonostante se ne fosse persa l’utilità , il tributo non cessò, anzi, si sviluppò simbionticamente alla nascita della TV. Astutamente si passò da tributo ad abbonamento.
La Rai, con il passare degli anni ha cercato di estendere la legge, inizialmente nata per televisori e radio, anche agli altri apparecchi elettronici coinvolgendo nel pagamento del canone anche i possessori di computer. Solo nel 2012 il Governo ha chiarito che il canone Rai non era dovuto per il possesso e la detenzione di un pc collegato o meno in rete. Quando nacque l’imposta non esistevano solleciti, raccomandate e minacce per chi non pagava, ma arrivava in casa l’emissario del canone e impacchettava l’apparecchio in un sacco di iuta con sigillo metallico del MEF. IL TEMUTO SIGILLO!
La ragione del perché si paghi ancora oggi l’abbonamento è soggetta a discussioni ma c’è da sottolineare che una sentenza della Corte Costituzionale del 26 giugno 2002, la n.284, configuri il canone Rai una tassa sull’usufrutto di un servizio di stato. Insomma non dipenderebbe dalla ricezione dei programmi Rai.
La prima tassa voluta per il canone Rai era di 8 lire (circa 6,88 euro attuali) e il servizio era privo di pubblicità.
Alla fine siamo un popolo di tartassati e credo che questa diatriba non sia finita qua. Forza e coraggio, pensiamo a pagare, anche questa è cultura italiana.
Emanuele Piva

